Cineforum “DOPPELGÄNGER: l’enigma del Doppio”

La rassegna cinematografica del Consorzio Creativo, curata da Marco Barozzi, responsabile cinema del Consorzio Creativo, è quest’anno dedicata al tema:
“DOPPELGÄNGER: l’enigma del Doppio”
4 film, in proiezione dall’11/11/2026 al 10/2/2027

Le proiezioni dei 4 film della rassegna saranno effettuate al Cinema ASTRA, via Rismondo, 21 MO, nei giorni indicati nella locandina, alle ore 21:00, ingresso libero.
Ciascun film sarà preceduto da un inquadramento biografico-illustrativo e da una pagina critica.
La presentazione della rassegna cinematografica avverrà MARTEDI’ 3 novembre 2026 ORE 18 presso: FELTRINELLI LIBRERIE MODENA Via Cesare Battisti, 17 Modena con la presenza di Marco Barozzi e Claudio Gavioli che introdurranno il tema “DOPPELGÄNGER: l’enigma del Doppio” che guiderà alcune delle principali iniziative del Consorzio Creativo per la stagione 2026/2027.

In questo primo quarto di secolo in cui lo sviluppo della rete internet e i nuovi mezzi di comunicazione di massa hanno rivoluzionato i rapporti degli esseri umani fra loro e con l’ambiente che li circonda, concetti come quello di realtà e identità personale sono diventati aleatori e sempre più difficilmente definibili e condivisibili nel loro significato. La recente diffusione dell’impiego dell’Intelligenza Artificiale e lo sviluppo di una dipendenza psicologica dai social media per una porzione non piccola della popolazione hanno addirittura amplificato il problema. Eppure, almeno per quanto riguarda il tema dell’identità, non si tratta di un fenomeno nuovo. Nel periodo del Romanticismo, infatti, la letteratura riportò alla ribalta un argomento per altro dibattuto da filosofi e scrittori fin dall’antichità (dall’antico Egitto a Eraclito, a Platone, a Plauto) e che si è poi riproposto a più riprese come un filo rosso, almeno nel mondo occidentale: quello del Doppelgänger, del Doppio, dell’altro da sé, uguale ma opposto. 
Il termine fu coniato con il significato di “sosia” nel 1796 dallo scrittore tedesco Jean Paul in uno dei suoi primi romanzi (Siebenkäs, traducibile come Setteformaggi, che è il nome del protagonista). Inizialmente si limita a indicare un essere che vaga per il mondo come duplicato fisico di ognuno di noi (Gänger in tedesco significa viandante), ma con caratteristiche opposte per quanto concerne la mente e lo spirito. Molto presto, però, alla semplice immagine speculare vivente si sostituisce il fantasma della parte oscura che alberga nel fondo dell’anima di ciascuno, i cui tratti sconosciuti agli altri – e spesso anche a noi stessi – premono per erompere in superficie e condizionano comunque, in modo inconscio, vita e comportamenti di tutti. Secondo quest’idea, ciò che ogni uomo mostra di sé agli altri non è che una maschera, un compromesso tra come si è e come ci si sforza di apparire. Come ci dimostreranno poi i più famosi epigoni letterari di Setteformaggi, l’epifania e la visione del proprio Doppio non porteranno mai a una più piena conoscenza di se stessi o ad un rafforzamento della propria identità; al contrario saranno fonte di alienazione e talora di autodistruzione. Così sarà per il protagonista di William Wilson (1839) di Edgar Allan Poe, del Dottor Jekyll e Mr Hyde (1886) di Robert Louis Stevenson e del Ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde. 

 Agli inizi del ventesimo secolo la nascita della psicoanalisi diede nuova linfa a questo tema. A Freud si deve l’elaborazione del concetto di inconscio, cioè di quella parte nascosta di se stessi costituita (per semplificare) dai pensieri, i sentimenti, le emozioni che sarebbe troppo doloroso o addirittura insopportabile mantenere a livello di coscienza e che per questo vengono rimossi e collocati in quell’angolo oscuro della mente. L’emergere episodico di tali parti di noi stessi, mascherate, contraffatte, espresse attraverso immagini simboliche – come accade nei sogni o di fronte a opere d’arte o spettacoli che le evocano alla coscienza – può determinare secondo Freud l’insorgenza di un sentimento di forte inquietudine e spavento che, in un famoso saggio del 1919, egli chiamò Unheimlich, cioè Perturbante. Il Perturbante è ciò che sembra familiare (perché vive al nostro interno), ma allo stesso tempo non lo è, anzi è sconosciuto e rifiutato in quanto percepito come estraneo: è qualcosa che è parte di noi ma ci appare come opposto a noi, talvolta spaventoso e da cui fuggire. Indica l’emersione del nostro Doppelgänger. Anche Jung ha affrontato il tema del Doppio: in un’opera fondamentale del 1928, parlava di der Schatten, l’Ombra, che rappresenta la parte più oscura e nascosta della psiche umana, quell’ insieme di emozioni, desideri soffocati e impulsi repressi a cui non riusciamo a dare voce e che spesso emergono autonomamente quando restano per troppo tempo inespressi. Anche per Jung tendiamo a non riconoscere e a rifiutare questo nostro Doppio, magari proiettando su altri ciò che non riconosciamo in noi stessi. Ma è con la nascita della fotografia (datata ufficialmente nel 1839) e la sua diffusione progressiva per tutto l’Ottocento e il Novecento che il tema della riproduzione della realtà, confinato per millenni all’espressione delle arti figurative, letteralmente esplode. La rappresentazione, eseguita fino ad allora sempre per mediazione della mano del pittore, del disegnatore o dell’incisore, cede di punto in bianco il posto alla macchina, determinando un’impennata dell’interesse per l’immagine nella cultura occidentale, fino a farlo diventare, ai giorni nostri, una vera e propria ossessione. Il Doppio si rivela uno dei temi più consoni alla fotografia proprio per la natura stessa di tale mezzo riproduttivo. La possibilità di raddoppiamento insita nel linguaggio fotografico è stata immediatamente percepita e utilizzata da diversi autori, tanto nella fase pionieristica della tecnica quanto in quella più matura. Nel primo periodo la ripetizione del medesimo soggetto sembra governata per lo più da uno spirito ludico, eccitato dalla meraviglia della moltiplicazione, per poi progressivamente scivolare su un crinale più pericoloso, in cui prevale l’effetto perturbante che conferisce all’uguale ma diverso una forza sinistra. 
E veniamo finalmente al cinema, attraverso il quale il tema del Doppelgänger si impone all’attenzione del pubblico e raggiunge la massima espressione visuale. I primi film sul tema del Doppio si ispiravano a opere letterarie che trattavano questa affascinante tematica: ecco quindi Lo studente di Praga (1913) di Stellan Rye, tratto dal testo di H. H. Ewers; Il fu Mattia Pascal (1926) di Marcel L’Herbier, da Pirandello; e le molteplici versioni del Dr Jekyll e Mr Hyde di Stevenson, di cui la prima, di John Stuart Johnson, risale al 1920. Da lì in poi, attraverso l’immaginazione, il genio e la tecnica di tutti i più grandi registi della storia del cinema (Siodmak, Hitchcock, De Palma, Cronenberg, Fincher, Nolan, solo per citarne alcuni), che non hanno mai nascosto il loro interesse per le parti più oscure della mente umana, il tema del Doppio è stato affrontato innumerevoli volte. 
La rassegna cinematografica 2026/27 del Consorzio Creativo comprende opere che hanno trattato il tema del Doppio sotto diversi punti di vista. L’attualità nella scelta dell’argomento può essere ravvisata nelle sempre più evidenti pulsioni di ricerca e individuazione, da parte della società, di capri espiatori: spesso il consesso umano, visto come corpo sociale e politico, negando la propria ombra finisce per proiettare sull’altro, sull’estraneo, sul diverso, i mali che lo affliggono, fornendo le basi delle disuguaglianze e delle politiche di discriminazione. I lungometraggi scelti per la rassegna sono i seguenti: 

I duellanti, di Ridley Scott (1977) 

Riflessi in uno specchio scuro, di Sidney Lumet (1973) 

Il ladro di orchidee, di Spike Jonze (2002) 

Mulholland Drive, di David Lynch (2001) 

La figura dell’antagonista – I duellanti 
In narratologia l’antagonista è la figura che si oppone a quella del protagonista, dell’eroe della vicenda, e ai suoi obiettivi. A una prima impressione l’antagonista pare dimostrare caratteri totalmente opposti rispetto al protagonista, essendo l’incarnazione dell’insieme di paure, pulsioni meschine e istinti spregevoli che il protagonista rifiuta e combatte. Tuttavia, a uno sguardo più profondo, la relazione tra i due non è puramente oppositiva, ma incorpora qualcosa di famigliare, addirittura di intimo. Nel 1992 lo sceneggiatore Christopher Vogler pubblica il saggio Il viaggio dell’eroe in cui, rifacendosi alle teorie del celebre trattato di mitologia comparata L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell (1949) e richiamandosi esplicitamente al concetto junghiano di Ombra, dichiara che il protagonista non può esistere senza la figura dell’antagonista; quest’ultimo, opponendosi con tutte le sue forze ai desideri dell’eroe, provoca in lui dei cambiamenti essenziali che lo ridefiniscono e lo completano e sono determinanti ai fini dell’evoluzione della storia. Per questa ragione queste due figure archetipiche e fondamentali, presenti all’interno di tutte le storie, sono così interconnesse: una non può esistere senza l’altra. Vogel aggiunge che l’antagonista rappresenta il Doppio del protagonista, cioè la «dimora dei mostri che reprimiamo dentro di noi». In altre parole viene riproposto il concetto dell’Ombra di Jung che, essendo parte di noi, viene repressa e proiettata su un altro soggetto. Come illustrato dalle opere letterarie di cui abbiamo parlato sopra, l’Ombra non può essere del tutto eliminata: ucciderla significa diventare coscienti della sua non estraneità e ciò può provocare l’autoannientamento del protagonista. Il conflitto può risolversi solo attraverso l’accettazione, l’accoglimento e l’integrazione del Doppelgänger all’interno della propria identità. 
Il film I duellanti tratta di un conflitto irrazionale tra due uomini, cogliendo perfettamente lo spirito ossessivo dell’opera di Conrad da cui è tratto. Le motivazioni del contendere, che nasce da un banale pretesto iniziale, diventano presto inconoscibili anche per i contendenti, tanto che alla fine ci si dimentica la ragione per cui si è iniziato a combattere. Keith Carradine e Harvey Keitel, i due protagonisti (o antagonisti) della vicenda, molto diversi l’uno dall’altro caratterialmente e per estrazione sociale, si rincorrono per tutto il film, in un gioco di attrazione-repulsione di chiara origine psicopatologica. Essi rappresentano il dramma generazionale di due uomini che si oppongono l’uno all’altro in nome di valori diversi, ma entrambi spinti da un irrefrenabile bisogno di rivalsa che non tende a spegnersi neanche con il passare del tempo, come se fossero legati da una relazione clandestina che li porta a cercarsi incessantemente. Sotto le mentite spoglie di una faida personale irragionevole, intrisa di senso dell’onore, aggressività e accettazione ineluttabile, si cela la teatralizzazione di un conflitto nevrotico, il conflitto tra l’emergere delle pulsioni inconsce e il tentativo frustrato dell’Io di incanalarle verso qualcosa (il duello) che, pur mettendo a rischio la vita in ogni occasione, è tuttavia meno distruttivo o insensato del conflitto interiore. 

Il conflitto interno – Riflessi in uno specchio scuro 
Questo film del grande Sidney Lumet, ingiustamente relegato tra le sue opere minori, svela molto più chiaramente del precedente il conflitto interno del protagonista, un poliziotto alla ricerca del colpevole di violenza sessuale su minori. Certamente esiste anche un antagonista in questa vicenda, il supposto molestatore di bambini, ma il dramma interiore del personaggio interpretato da Sean Connery viene apertamente esplicitato man mano che la vicenda si dipana e la verità che egli è andato incessantemente cercando si rivelerà molto più profonda e dolorosa di quanto potesse immaginare, soprattutto sul piano personale. Il film mostra quanto possano essere ambigui e sfumati i concetti di giustizia e di colpa, di colpevolezza e innocenza, di piacere e dolore. E, al contrario di quanto accade nel film precedente, risulterà chiaro come l’annientamento del Doppelgänger possa portare ineluttabilmente all’autodistruzione. 

Il tema dei gemelli – Il ladro di orchidee 
Nel cinema, la figura dei gemelli è spesso utilizzata non solo per esplorare temi psicologici complessi, ma anche per suscitare emozioni potenti. Pensiamo alle gemelle di Shining (1980), di Stanley Kubrick. Queste due bambine, apparentemente innocue, hanno un effetto disturbante sullo spettatore. La loro comparsa, pur fugace, sembra precedere eventi terrificanti e rimane una delle visioni più inquietanti della storia del cinema, nonché una magistrale prova dell’uso della suspense. 
Il mito dei gemelli, simbolo di separazione ma anche di unione, ha origini nella notte dei tempi; con tutta probabilità, il fatto che la loro immagine evochi inevitabilmente una riflessione sull’Io costituisce il motivo per cui gli esempi letterari anche più remoti sono sopravvissuti nella memoria collettiva. Alcuni tra i più famosi gemelli della mitologia classica sono già portatori delle caratteristiche tipiche del Doppio: Castore e Polluce, i Dioscuri, incarnano la perfetta simmetria di due entità indissolubilmente legate, ma anche una profonda contraddizione: Polluce è un dio immortale, Castore no. In altre parole sono uguali, ma diversi e incarnano anche solo in questa caratteristica lo spessore drammatico del simbolismo legato alla figura dei gemelli, cioè l’incongruenza intrinseca, talora dolorosa e nefasta, nascosta dietro ogni identità. 
Tra i tanti bellissimi film nella storia del cinema che trattano il tema dei gemelli (da ricordare almeno Lo specchio scuro di Robert Siodmak, 1946; Le due sorelle di Brian De Palma, 1973; Inseparabili di David Cronenberg, 1988) si è scelto Il ladro di orchidee per la originalità della sceneggiatura di Charlie Kaufman e la genialità del regista Spike Jonze, capace di trasformare storie bizzarre, surreali e profondamente malinconiche in capolavori cinematografici ed estetici (vedi Essere John Malkovich, 1999 o Lei (Her), 2013). Si tratta di un tripudio del Doppio in tutti i sensi, psicologico, meta-narrativo e meta-cinematografico: il protagonista, interpretato da Nicolas Cage, impersona lo sceneggiatore del film che stiamo vedendo mentre lo sta scrivendo; il Kaufman del film ha un fratello gemello (impersonato sempre da Cage) che il vero Charlie Kaufman non ha; eppure alla cerimonia degli Oscar 2003 a cui era candidato per la miglior sceneggiatura lo ha ringraziato per l’aiuto da lui ricevuto nella scrittura. Il film è una sarabanda mise en abyme di storie che si intrecciano in un labirinto di sotto-trame da far girare la testa. Nicolas Cage è molto convincente nell’interpretazione di due gemelli identici che più diversi non potrebbero essere per carattere e visione del mondo e che rappresentano appieno la competizione tra arte e business, creatività e concretezza, cinema indipendente e industria hollywoodiana. 

La disintegrazione dell’Io – Mulholland drive 
Come avviene spesso nella filmografia di Lynch, si tratta di un film sospeso tra sogno e realtà, identità e finzione. Le discontinuità narrative, gli slittamenti temporali e la realtà rappresentata con una logica più onirica che causale non permettono spiegazioni univoche e il regista, come sempre, ha bisogno della partecipazione attiva del pubblico perché un senso compiuto venga rintracciato. Lynch riesce in ogni caso a trovare un contatto subliminale con lo spettatore, che partecipa alle circostanze mostrate emozionalmente più che razionalmente. Nella vicenda, con tutta verosimiglianza, è un trauma a causare alla protagonista la frantumazione della propria identità in modo da far emergere in lei quella parte oscura che finisce per prendere il sopravvento e annientarne l’esistenza. Ma il miracolo che il regista riesce a compiere con l’aiuto delle immagini e della musica è quello, a parere di chi scrive, di mettere in comunicazione il proprio inconscio con quello dello spettatore e, attraverso la figura del Doppelgänger di suscitare in lui la comparsa di quel Perturbante di cui si è parlato sopra. Secondo il critico Roy Menarini “si tratta di un’opera centrale del cinema del XXI secolo”. 

Marco Barozzi, curatore della rassegna.

Bibliografia 

1. Edgar Allan Poe, William Wilson, in “Racconti”. Feltrinelli, Milano, 2014 

2. Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde. Einaudi, Torino, 1983 

3. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, in “Opere”. Mondadori, Milano, 1979 

4. Sigmund Freud, Il Perturbante. Theoria, Roma, 1993 

5. Gustav Jung, L’Io e l’inconscio. Bollati Boringhieri, Torino, 2012 

6. Christopher Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino, Roma, 1999 

7. Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti, Feltrinelli, Milano, 1958 

8. Joseph Conrad, I duellanti. e/o, Roma, 1994 

9. Gualtiero de Santi, Sidney Lumet. Il Castoro Cinema, Milano, 1987 

10. Roy Menarini, Fuoco cammina con noi. Mimesis/cinema, Milano, 2026 

16 settembre 2026 


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