DAL 19 AL 27 MAGGIO 2018


ISMAIL FAYAD

PRESENTA

GENTI DIVERSE VENUTE DALL'EST


MOSTRA FOTOGRAFICA


INAUGURAZIONE SABATO 19 MAGGIO ORE 17:00


ORARI: SABATO E DOMENICA 17:00-19:30
IN OCCASIONE DEL "NESSUN DORMA" (19 MAGGIO) APERTURA STRAORDINARIA SINO ALLE 24:00



Tra febbraio e marzo dell’anno scorso ho lavorato in una cucina da campo a Belgrado. Da qualche tempo la capitale serba aveva smesso di essere un semplice luogo di transito per i migranti in marcia verso l’Europa centrale ed era divenuta a tutti gli effetti il capolinea della rotta balcanica. Migliaia di persone bloccate in città si erano rifugiate all’interno dei tanti edifici abbandonati di Belgrado, e in particolar modo nei vecchi magazzini della stazione ferroviaria.
Il Campo della Stazione dei Treni era formato da tre file di enormi capannoni  fatiscenti. Tra di loro vi erano alcune baracche in lamiera e altri piccoli edifici in muratura. Di là dell’ultimo capannone, lo scheletro di un grattacielo in costruzione e appena oltre le acque lente del Danubio. Ogni giorno preparavamo due o tremila pasti per gli abitanti del campo. Dopo la distribuzione del cibo tornavo tra le baracche per passare del tempo con i ragazzi del campo. Durante il periodo che ho trascorso in Serbia ne ho conosciuti un’infinità, ma con un piccolo gruppo di loro ho sviluppato un rapporto davvero particolare. Erano una dozzina e vivevano abbastanza isolati dagli altri, in una piccola capanna di lamiera. Aziz, Sharfaraz, Izhar, Ghulam, Faysal, Isma’il, Sangeen, Amanullah, Qareem, Shahzad, Ibrahim, Shiru. Tutti pashtun, afghani e pakistani. Alcuni di loro scappavano dai taliban, altri dalla miseria. Qualcuno era in fuga da una famiglia opprimente, altri volevano raggiungere l’Europa per poter aiutare i propri familiari.
Nelle baracche non c’erano servizi igienici, riscaldamento e corrente elettrica. Passavamo le nostre serate giocando a carte e bevendo tè, un fuoco alimentato dalle traversine dei binari e le torce dei telefoni come uniche fonti di luce. Ho scattato i dodici ritratti esposti poco prima di tornare in Italia, illuminando le facce di questi ragazzi proprio con la luce del mio smartphone. Non so di preciso se e eventualmente cosa vi comunicheranno queste immagini. Personalmente,  e al di là di ogni sovrastruttura, quando le riguardo vedo soprattutto un gruppo di amici, persone diverse da me con cui ho condiviso un momento particolare delle nostre vite. Un periodo durato meno di due mesi ma che continuo a rivivere di giorno in giorno e ho l’impressione sia durato non meno di due secoli.

Ismail



ISMAIL FAYAD
Nato ad Aosta in una famiglia italo-siriana, Ismail Fayad (1991) vive tra la Valle d’Aosta e Torino, dove sta completando i suoi studi in storia medievale. Sin dai tempi del liceo è stato attivo nel movimento studentesco e in quello per il diritto all’abitare di migranti e italiani poveri. Da alcuni anni coltiva una passione per la fotografia e in particolare per quelle paesaggistica e documentaristica. Nel 2016, nel momento più acuto della crisi dei migranti nei Balcani, ha lavorato in una cucina da campo a Idomeni, enorme tendopoli al confine greco-macedone. L’anno successivo è tornato a fare lo stesso a Belgrado. Nella capitale serba ha trascorso circa due mesi e nel poco tempo libero a disposizione ha scattato le fotografie esposte in questi giorni al Consorzio Creativo.




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Con il patrocinio del Comune di Modena