sabato 1 novembre 2014 ore 11:30


APERITIVO MATTUTINO CON LA POESIA


incontro con i tre poeti:
Alberto Bertoni, Roberto Alperoli, Emilio Rentocchini



ALBERTO BERTONI
presenta:

TRAVERSATE

In questo libro è giunto a completa fioritura un elemento già presente nella poesia bertoniana: l’elemento della "pietas". Ciò che è veramente distintivo peraltro è che Alberto sa evitare il sentimentalismo edificante che spesso (per ragioni umanamente comprensibili) si accompagna alle poesie che mettono a tema il rapporto con i defunti. Alberto taglia netto: il suo è in un certo senso un libro spietato – attributo che uso con valenza nettamente positiva, e che in ultima analisi non è un ossimoro. Parlando di spietatezza, infatti, il riferimento è alla rigorosa lucidità della rappresentazione; la quale non indebolisce – tutt’al contrario – l’esplorazione di tenebra e di ricordo. [...] 
Lo standard di Alberto Bertoni è alto; nel senso dell’intensità della sua "pietas". Il ruolo strategico in questo libro è giocato dalla serie di testi in memoria di un amico, definiti da Alberto come «paradosso di una Via Crucis concepita da un ateo per un altro ateo». È di questi paradossi che vive ogni autentico cammino spirituale; e del resto, il dialogo con il non-credente è forse la sfida maggiore di ogni esperienza di fede (specialmente di fede cristiana) oggi. 
Con l’avvertenza, però, che qui non si parla di dialogo al plurale, fra gruppi o masse di credenti e non-credenti – in occasioni che evocano le dichiarazioni solenni e più o meno diplomatiche; e nemmeno ci si riferisce a un genere letterario abbastanza alla moda: i libretti in cui un più o meno esimio credente discorre con un più o meno illustre non-credente, con una serie di mosse coreografiche. Il dialogo che ho in mente coinvolge il singolo con un altro singolo; e non è tramato su dichiarazioni dirette (nessun vero dialogo lo è), ma si svolge in modo indiretto ed esistenziale, senza pretese aprioristiche di conversione. [...] 
Un’esperienza come quella appena descritta è per eccellenza – ma non esclusivamente – l’esperienza della poesia. [...] 
È sempre rischioso racchiudere un libro di poesia in una formula riassuntiva. Eppure debbo dire che per me questo libro alto di Alberto Bertoni si situa, con risolutezza e commozione, sotto l’egida di una "religio" laica (continua lezione per i credenti) della "pietas" familiare e amicale. 
(dalla «Prefazione» di Paolo Valesio) 



ROBERTO ALPEROLI
presenta:

IL CIELO DI OGGI

A volte accade che la poesia arrivi soltanto alla fine, quando tutto è perduto e ogni cosa è compiuta. E certo Roberto Alperoli ha poca, forse nessuna vera speranza di trovare finalmente un "solitario armistizio/ con la vita". Quanto a sé stesso, almeno. Chissà, forse la sua passione politica si potrebbe anche comprendere a partire da qui, dal riferimento a un orizzonte che vive comunque oltre il giro chiuso della propria vicenda privata. Non il suo verso, però - questo verso così intimo, fermo, quasi silenzioso, che non ambisce a smuovere o a tentare alcunché. Cerca invece un poco di luce, una tregua piccola piccola, un raccoglimento-rischiaramento a raggio cortissimo, di lucciola, ma tuttavia decisivo, come quello di chi debba ogni volta uscire da un'acqua buia per ritrovarsi, anche se solo e sfiancato, sulla riva di un fiume (la vita) che porta via da sé stessi. (Roberto Galaverni)

Le parole di Roberto Alperoli sono immagini che ci attraversano: i suoi cieli, i suoi campi desolati o in fiore, le sue case col padre sempre sullo sfondo, o in primo piano, imponente, prima grande e poi divenuto piccino, quasi figlio, e il correre delle nuvole, in cui cercare traccia della madre amata e perduta. Tutto è immagine, tutto in lui è pittura, cinema, ma anche tutto è avvolta dalla musica. Ci accompagnano le parole poetiche nel labirinto della sua psiche, ma non ci si perde: si segue con trepidazione la strada, perché la nostalgia non ci strappi lontano. Ma no, basta seguirlo con lui il cammino; c'é il filo forte, a volte impercettibile ma a suo modo implacabile, con cui avvolge il polso di noi che seguiamo. Non si può smettere per un attimo la lettura, è il fare della vita che si fa strada, il "fare anima" che dolcemente e duramente è la trama della poesia. Poiesis, cioè fare. parole precise che dicono di sentimenti, trattenuti a volte, eppure luminosi nel buio.



EMILIO RENTOCCHINI
presenta:

CAMPARE E' UN VIZIO
Note su "Stanze di confine" di Emilio Rentocchini scritte da Carlo Gregori

Mi è arrivata per posta “Stanze di confine”, l'ultima raccolta di liriche in ottava rima del sassolese Emilio Rentocchini, uno dei massimi poeti italiani (anche secondo la critica) e una voce libera e chiara della nostra letteratura. Nella dedica mi scrive che “questo è un libro di devozioni domestiche”. Lo intendo in senso intimo e non letterario: le sue sono poesie che nascono sempre (così mi pare) da una riflessione approfondita su ciò che ha visto o da una parola ascoltata, sulla storia di questo piccolo fatto e sulle sue conseguenze, anche quelle meno visibili. Ma quello che dà splendore alla sua lirica – perché Rentocchini scrive ottave pulite e brillanti come pietre levigate dall'acqua – è la doppia versione: in dialetto sassolese e in italiano. Il sassolese non è solo quello del bar o della piazza (da noi a Modena il dialetto è una lingua d'uso viva) ma non è neanche un'invenzione da dotto celebratore delle radici locali; e l'italiano è semplice e scarno come le sue idee, ridotte all'osso dopo una lunga riflessione. Insomma è poesia semplice, come può esserlo alla fine di un continuo lavoro di limatura, che tutti noi possiamo leggere o recitare.
 Il piacere della lettura dei suoi versi – che in realtà andrebbero ascoltati dalla sua voce – sta nella continua sorpresa dei temi che tratta, scanditi come se rimuginasse a bassa voce tra sé. Ci sono continui richiami alla natura e all'agricoltura, ma anche alla vita da ufficio, ai piccoli problemi quotidiani e alla vita cittadina sassolese. In ogni verso ritorna un'attenzione estrema per la luce e l'ombra, per i passaggi della vita e della morte (immagino che questo passaggio sia il "confine" del titolo). Segnalo, ad esempio, una stanza in cui il poeta racconta il ricongiungersi della vita dopo la morte e il rischio della morte appena si vive con la nascita del bimbo settimino: versi di rara potenza. Sempre all'inizio una splendida ottava su un soggetto umile, di quelli che piacevano anche a Pablo Neruda: la rapa.
La riporto nelle sue due versioni (sassolese e italiano) per fare capire come la sua grandezza sta nel creare bellezza da qualcosa di semplice e profondo che esiste sotto gli occhi di tutti.