FRANCESCO GENTILINI



Francesco Gentilini si è laureato in architettura all'Università di Firenze, con una tesi sul restauro dei monumenti.
L'ammirazione per i grandi maestri contemporanei lo ha portato a compiere le prime esperienze presso alcuni rinomati studi professionali stranieri, come quello di Ralfh Ershine a Stoccolma, ed è stato ospitato presso lo studio Alvar Aalto Arkkitehti a Helsinki. Queste esperienze hanno influenzato profondamente il suo stile. 
Lega il suo nome al Progetto delle ex Poste in via Emilia Centro, ma anche ad altri importanti interventi: sono suoi i restauri del Vecchio Teatro Ducale, ora Palazzo Cremonini, all'angolo di via Emilia Centro con via Farini, del "Casino di caccia dei Duchi di Modena", di Villa Marchetti a Baggiovara, del Palazzo Sandonnini 
(ex Questura), del Palazzo Ciro Menotti, in corso Canalgrande, del Portico del Collegio, in via Emilia Centro, e tanti altri.
Nell'ambito delle opere di edilizia moderna ha progettato e realizzato un numero ragguardevole di edifici abitativi e industriali.
«Forse l'esperienza più esaltante è stata - dice Gentilini - la realizzazione urbanistica del Quartiere Salvo d'Acquisto, un grande insediamento in cui ho potuto dar sfogo alla mia passione per l'architettura razionalista».
Le passioni artistiche sono tante, l'architettura lo ha accompagnato ormai da parecchi anni nella professione, non tralasciando mai la scrittura, la musica e la pittura.
La scrittura lo vede impegnato  nel primo romanzo “19 settembre 1949, mio padre correva” edito da Aliberti, uscita nel 2009, che ha meritato calorosi elogi anche da Pupi Avati. 
Il secondo romanzo “Adelante!”,  il terzo “Aveva appeso degli specchi agli angoli delle case”, il quarto che uscirà il prossimo anno, intitolato “Ancora prima”, un'originale storia dei quattro ragazzi di Liverpool, prima del grande successo, creata dopo l'incontro con gli amici d'infanzia di Paul McCartney e John Lennon nella stessa Liverpool.
La pittura non improvvisata ma consapevole del lavoro creativo, che dal 1986 va di pari passo con la sua attività di architetto, e nell'obbligo di rinnovamento vive la sua arte praticata all'interno delle condizioni pittoriche del nostro tempo con un linguaggio figurativo sostenuto da una rigorosa disciplina e da una tensione conoscitiva, trovando relazioni con la realtà quotidiana trasferita in una dimensione quasi visionaria.
“Le storie che rappresento vengono da un luogo non definito, dal matrimonio della fantasia con la realtà. Quando dipingo, le cose cominciano a collegarsi tra loro. E non potrei realizzare un quadro senza considerare le persone come attori, per meglio individuare lo stato d'animo del soggetto in quell'istante ». 
Ma l'artista opera una selezione di particolari di realtà differenti, restituendo un'immagine pervasa da una vitalità magica, non priva di enigmi, da un'aura metafisica, come di rivelazione inaspettata.
L'architettura dell'opera è limpida e mantiene nel tessuto pittorico ad olio, un tono pacato. In essa risiedono le fondamenta di una estetica metafisica basata sulla tranquilla meditazione e sul sentimento di meravigliata attesa. Viene riaffermata in questi dipinti la tradizione che passa attraverso la modernità dell'opera di Balla, De Chirico e Hopper. L'arte acquista valore di esperienza e di scoperta, di memoria culturale, passando dal ricordo del padre che, negli anni Sessanta, ritornando da New York, gli porta libri di miti della fotografia, del cinema e della pittura, come Adams, Stieglitz, Hitchcock, Hopper, alle frequentazioni del Bar Italia e all'atmosfera avanguardista che si respirava a Modena e Reggio Emilia, con personaggi di spicco come Corrado Costa, Adriano Spatola, Rossana Chiessi, Franco Vaccari, Giuliana Pini, e le performance di 
«… lanciare, durante dei voli in aereo, farfalle di carta sulla città di Reggio con il mio caro amico e grande pilota, Franco Mazzi », e tutto viene trasfigurato nella pittura in un sogno colorato, affettuosamente contemplato, in cui possono scorgersi luoghi, creature e storie umane e culturali.
Michele Fuoco